Et veritas liberabit vos

17.03.2021

Becciu, Müller, Sarah, Burke. Oggi tutti hanno lo stesso destino di una comunità che hanno sempre guardato con sospetto. Francesco, nella disgrazia, unisce.  

Fratel Enzo Bianchi con il Pontefice
Fratel Enzo Bianchi con il Pontefice

La lettera del Segretario di Stato alla Comunità di Bose. Il testo originale al termine dell'articolo.


Ma Gesù Cristo non invitava i Suoi alla Verità? Anche nella vicenda della comunità di Bose la parola chiave deve essere verità. Non si può pensare di risolvere i problemi cacciando i dissidenti o commettendo parricidi. Sarebbe troppo semplice.

I problemi si risolvono secondo verità e giustizia. E la verità non è stata l'ispiratrice dell'ultimo intervento del delegato pontificio ad Nutum Sanctae Sedis, che alle 22, in preda ad un raptus, ha fatto emettere al giornale di partito un comunicato pieno di fandonie. 

Mi sono sin da subito occupato della Vexata quaestio perchè trovo sia un obbrobrio giuridico e un immorale utilizzo dell'autorità. Ma veniamo ai fatti. 

Le bugie, come dice il vecchio adagio, hanno le gambe corte.

Ripercorriamo ciò che afferma il delegato e, carte alla mano, diciamo come stanno le cose. 


La scelta di Cellole (SI): un intervento dall'alto.

La proposta di Cellole è stata sussurrata (diciamo così) all'orecchio del Cardinale Parolin, da parte dei sig.ri Cardinali Ravasi, Zuppi e Versaldi. L'iniziativa difatti non è arrivata né dal delegato pontificio né dal priore Manicardi. Solo grazie a questa "intercessione" si è iniziato a parlare di questa possibile scelta. I tre cardinali, alcuni molto amici di Bianchi, hanno ritenuto che quel decreto del 13 maggio fosse troppo afflittivo e sproporzionato alle motivazioni con cui era emesso, per questo motivo hanno fatto presente al segretario di Stato una soluzione che potesse ristabilire la serenità. Ovviamente, sia Parolin che i tre curiali, non avevano pensato a tutte queste clausole per Bianchi e i suoi fratelli.

Queste sarebbero arrivate dopo, probabilmente, qualcuno sostiene, sono state inserite proprio perché a Bose non hanno apprezzato l'ingerenza dei porporati.


Bianchi diede la sua disponibilità?

Il 05 novembre 2020 Bianchi scriveva al priore dicendo che aveva inviato le sue considerazioni, riguardo alla proposta, al segretario di Stato, come peraltro Parolin gli chiese di fare.

In quella stessa occasione diceva al Manicardi che accettava la proposta di Cellole "con le osservazioni fatte circa la condizione dei fratelli che andranno a Cellole e lo status della fraternità stessa". Aggiungeva poi di aver riferito al Card. Parolin che lui non aveva alcuna volontà a restare a Bose perché riteneva di essere in una "condizione di segregazione all'eremo". E-mail che, infatti, il Segretario di Stato Vaticano riceve il 04 novembre.

La lettera di cui parla il Cencini, relativa al 20 novembre 2020 è una lettera che Bianchi invia al priore di Bose e, quella che lui cita, è solo l'ultima parte di una serie di contestazioni che lo stesso fa a Manicardi. Pertanto Bianchi dice sì ma lo fa contestando alcune cose e chiedendone altre. Contestazioni che, come sempre, riscontro nei documenti e pertanto confermano ciò che viene detto. Fra le altre cose a Manicardi si contesta un comportamento poco trasparente e volto a disfarsi del predecessore.

Trattamento disumano, sfruttamento della condizione di inferiorità e sottomissione alla Chiesa che Bianchi ha (e ahimè non abbandona), fiducia dello stesso in una riconciliazione. Sono solo alcune delle cose che emergono da questa vicenda.

È vero che Bianchi, quindi, afferma di accettare quella proposta ma fa riferimento ad altri criteri e non erano quelli poi imposti con il decreto, il quale, ricordo al delegato, lo ha emesso lui personalmente il 04 gennaio 2021.  


Non esiste alcun assenso scritto

Come specifica il delegato pontificio, nel suo comunicato flash, il fondatore della comunità di Bose il 06 novembre non firma alcuna accettazione. Quindi, mi domando, in un decreto di un delegato pontificio ad Nutum Sanctae Sedis, lo stesso inserisce un fatto che non è disposto poi a provare con valenza legale?

Credo sia superfluo spiegare al Cencini che, anche qualora il Bianchi lo avesse espresso tramite mail, sarebbe un qualcosa di assolutamente impensabile. Non so se da Piazza dell'Ateneo Salesiano, il religioso si sia mai recato in Piazza Sant'Apollinare a rinfrescare un po' le nozioni di diritto. Sempre che vedere tutti quei preti con la talare non gli provocasse uno scompenso.

E ancora una volta, ci rendiamo conto come in questo pontificato i canonisti siano lasciati in archivio a fare la muffa. 


La mancanza di un'assistenza legale

Il giorno 08 gennaio 2021 al Bianchi viene notificato il decreto del delegato pontificio emesso il 04.01.2021. Il giorno seguente, il Cencini, forte del suo mandato fornitogli dalla Santa Sede con il decreto 140.147 del 13 maggio 2020, torna nuovamente all'attacco e ribadisce a Bianchi che deve "aderire" al decreto entro le ore 17 di quello stesso giorno.

Qualcuno ha pensato al perché nessun avvocato sia stato garantito al Bianchi durante tutte queste procedure? Certo non chiediamo un processo giusto e con tutte le garanzie del caso, ci mancherebbe altro, ma la presenza di un legale che verifichi la correttezza di questi atti? Una persona che non sia legata da interessi alla questione? Un esperto che funga anche da garante a tutela di tutti?

O forse sarebbe il caso di chiedersi come mai, dopo neppure 24h dalla consegna, Padre Cencini senta il dovere di contattare Bianchi e dirgli che deve aderire al decreto e, soprattutto, specifica che era stato approvato dal Papa? Una pressione psicologica senza eguali certamente facilitata dal fatto che Bianchi è un uomo di Chiesa che, seppur moderno e "progressista", ha un timore riverenziale nei confronti dell'autorità del Papa. Pontefice con il quale, peraltro, lo lega una amicizia.

Bianchi, anche in quella occasione ribadisce che ha chiesto, già al momento della notifica, che gli dessero del tempo. Non più di una settimana. Come poi ha chiarito anche nel suo comunicato, la sua preoccupazione era quella di trovare il posto per i suoi libri, le sue ricerche, i suoi studi. Tutti documenti che a Cellole non trovano spazio. Materialmente non c'è posto per tutti i documenti, gli studi e la corrispondenza di Bianchi. Inoltre, contesta al delegato che non ha chiaro chi lo seguirà a Cellole.

Anche questa circostanza non è secondaria. Non possiamo pensare che un uomo di 78 anni possa andare in un posto, allontanato e reietto, con delle persone di cui non conosce l'identità e che poi si riveleranno essere, non persone a lui vicine, ma grandi amici del priore. Priore che non usa parole di misericordia con Bianchi, sia chiaro, arriva addirittura a dirgli: "Non azzardarti mai più ad accusarmi..." e poi, assurdamente, gli riferisce che "quando ci sono le condizioni tanto loro quanto tu potete rientrare in comunità". Quali condizioni?

Il decreto del 13 maggio 2020 (Prot. 490.149) riferisce chiaramente: "astenersi dal rientrare a Bose è o in una delle fraternità e dall'intrattenere, in alcun modo, relazioni e contatti con i membri della comunità senza l'autorizzazione previa ed esplicita del delegato pontificio." Art. 10


Le contraddizioni di Amedeo Cencini FdCC

Il 13 gennaio 2021, nel primo pomeriggio, Cencini riceva l' e-mail di Bianchi ove gli dice: "ho inviato la mia risposta al segretario di Stato. Accetto di andare a Cellole come chiede il decreto ma pongo delle domande circa le modalità da realizzare, modalità decise da lei delegato pontificio. Spero in risposte chiare e certe. Attendo dunque di conoscere i fratelli che accetteranno di andare a Cellole, chi presiederà il gruppo perché sia garantita vita monastica cenobitica e non idiorritmica, e chiare condizioni economiche rispettose della dignità dei fratelli."

Il 18 gennaio il delegato canossiano risponde al fondatore di Bose con un documento che titola: "Risposte chiare e certe" alle "domande" e riferisce che a Cellole "non c'è alcun priore, né responsabile, né presidente del gruppo a Cellole, né vita monastica cenobitica." Questo smentisce quanto Cencini afferma nel comunicato. 

Nello stesso testo il delegato ribadisce che "Fr. Enzo Bianchi e i fratelli e le sorelle sono comunque ancora monaci di Bose". Quindi sono monaci di Bose ma non debbono chiamarsi così? Qualcuno necessità di un aiuto psicologico?

In queste risposte non vi è traccia dei nomi dei fratelli che sono stati individuati per seguire Bianchi. 


Cellole o Bose? Questo è il dilemma. 

Difatti in quelle settimane è stato fornito, all'interno della comunità, un foglio a tutti i 50 .ca membri, ove si chiedeva la disponibilità a seguire il fondatore a Cellole oppure no. Ognuno doveva esprimere la sua "preferenza". 

I sì sono stati una quindicina. Ma a Bianchi non viene riferito il nome dei fratelli che andranno con lui. I due monaci S.C. e M. B. saranno designati dal delegato solo il 27 gennaio 2021.

Successivamente, verranno designati altri monaci (3 fratelli e 2 sorelle) i quali comunicarono che si sarebbero trasferiti solo quando Bianchi sarebbe giunto a Cellole.

Pertanto, corrisponde al vero che, alla consegna del decreto, Enzo Bianchi non sapesse né identità né numero dei fratelli o sorelle che sarebbero andati a vivere con lui. 

Il contratto di comodato d'uso

Il delegato pontificio Amedeo Cencini riferisce che «il comodato d' uso gratuito, essendo redatto a termini di legge, non indica affatto la possibilità di "cacciare" il comodatario, ma garantisce il comodante da un uso dei beni difforme da quanto pattuito.»

Ahimè, anche qui Cencini canna il colpo. Sul fatto che quel contratto fosse redatto nei termini di legge, facciamoci un segno di croce. 

Innanzitutto, il contratto offerto al Bianchi è un contratto di "comodato senza determinazione di durata" previsto dall'art. 1810 del codice civile.

Questa tipologia di contratto viene chiamato "comodato senza determinazione di durata" ma giuridicamente sarebbe più corretto riferirlo al "precarium". E già il nome rende l'idea.

Vi chiederete, qual è la differenza fra i due?

Il comodato è previsto dall'art. 1803, il quale messo in necessaria correlazione con l'articolo 1810, vuol dire semplicemente che il precario differisce dal comodato perché il primo è a tempo determinato, o determinabile dall'uso, e il secondo no: da qui, la sua risolubilità ad libitum del concedente.

Quindi, perché non prevedere un tempo determinato? Ad esempio, fino alla morte del Bianchi?Se la preoccupazione del delegato era un uso conforme a quanto pattuito, le strade da percorrere erano ben altre. 

Prevedere (al punto 2) l'espresso richiamo al 1810 c.c. significa voler continuare ad utilizzare un atteggiamento dispotico.


I terreni sottrati appositamente

Come mai poi, di tutti questi terreni di proprietà della comunità, se ne vogliono affidare "solo 3" a quei fratelli?

Nella scrittura privata si chiede poi al Bianchi di farsi carico, non solo delle sue spese personali (spese mediche, vestiti,trasporti ecc) ma anche di tutti quelli che il priore (o il delegato) gli manderà a Cellole. Quindi qui la situazione diviene paradossale, non solo non lo si aiuta ma gli si appioppano anche delle sanguisughe alle calcagne.


Clausole che riguardano la vita privata delle persone in un contratto di comodato?Follia! Infine, le clausole vessatorie non sono neppure state disposte con approvazione specifica come prevede l'art. 1341 c.c. e, pertanto, non avrebbero avuto alcun effetto

Diciamo, senza timore di smentita, che Cencini quel contratto lo ha fatto scrivere a qualche scappato di casa. 


Contratto o decreto? 

Cencini contesta a Bianchi di aver "intrecciato" questioni del decreto e del comodato. Con una profonda caduta di stile, il delegato pontificio deride un uomo di 78 anni che, né più né meno di lui, capisce di legge.

Effettivamente Bianchi scrive: Il contratto [...] poneva le seguenti condizioni:

  1. Il decreto del delegato pontificio ingiunge a fr. Enzo Bianchi di trasferirsi a Cellole senza sapere né identità né numero dei fratelli e delle sorelle che sarebbero andati a vivere con lui.
  2. Nel contratto di comodato si prevede che l'Associazione Monastero di Bose, nel suo rappresentante legale fr. Guido Dotti, può cacciare da Cellole in ogni momento, su semplice richiesta e senza motivarne le ragioni, fr. Enzo Bianchi e quanti vi risiedono con lui.
  3. Il contratto di comodato d'uso concede gli edifici del priorato di Cellole stralciando però intenzionalmente i terreni annessi all'edificio e necessari per la coltivazione, per l'orto e per la provvigione dell'acqua durante l'estate.
  4. Si dichiara che ai monaci e alle monache di Bose che vivranno a Cellole è vietato non solo fare riferimento a Bose, ma anche affermare di condurre vita monastica o cenobitica: potranno semplicemente definirsi come coloro che danno assistenza a fr. Enzo Bianchi, pertanto ridotti a meri "badanti".

Facendo perciò, un errore. Nel contratto non si fa menzione del decreto. Questo è ovvio, perché, come più volte ho detto, non ha alcuna valenza civile il decreto del Papa. Però se si legge con attenzione e non si vuole umiliare un uomo di 78 anni, come invece Cencini cerca di fare con la sua misericordia e psicologia di strada, Bianchi specifica sempre le parti in cui parla realmente e soltanto di ciò che è dentro il contratto. Ovvero i punti 2 e 3. 


Il mandato del Papa

Cencini tiene anche a ribadire una questione da non sottovalutare: Mi ha mandato il Papa e faccio tutto in comunione con la Santa Sede. Figuriamoci! Come se il fatto che "lo manda il Papa" allora renda tutto più giusto. Forse non è chiaro che qui il Papa può fare quello che vuole ma a Biella vige una legge e c'è un ordinamento che non è quello canonico. 

E questo dovrebbero capire tutti quei giornalisti che continuano a dire: "Obbedisca al Papa". Strano che siano gli stessi che quando Benedetto XVI parlava di questioni pressanti gli urlavano contro oppure che quando Francesco parla di aborto ripetono come un mantra: "Il Papa si faccia i fatti suoi". Più interessanti invece, e ridicoli, divengono quelli che difendono Francesco contro tutto e tutti e dicono: "Lui non sa nulla". La Congregazione per la Dottrina della Fede emette dei responsum approvati dal Papa? "Eh sì ma lui mica li ha visti davvero"; Enzo Bianchi viene cacciato senza conoscere le sue accuse e le prove? "Eh si ma il Papa che ne sà, è colpa di Parolin". 

Ecco qui nuovamente una smentita, la lettera che il Papa ha inviato a Bose proprio qualche giorno fa. 


Ora, forse, possiamo auspicare una lettura "corretta degli eventi di queste ultime settimane". Per ottemperare invece, direi che c'è da garantire i diritti fondamentali alle persone coinvolte, poi se ne riparla. 


Alla comunità di Bose un invito

Cari monaci e monache di Bose, 

anche io, come il Segretario di Stato faceva il 13 maggio 2020, vi invito a non lasciarvi bloccare dal passato e dalle difficoltà che lo hanno caratterizzato. Nell'invitarvi, anche io, ad alzare lo sguardo, vi chiedo di fare verità. Non è colpendo ed uccidendo le persone che si risolvono i problemi passati. Non è seppellendo i propri fondatori che si risolvono le problematiche interne. Non è con la vendetta e con l'odio che si cresce. Abbiate a cuore le parole che usa l'evangelista Giovanni nel descrivere ciò che disse Cristo ai Giudei che credettero in Lui. «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Quanto la Verità renda liberi lo potrete comprendere solo urlandola senza paura. 

A chi vi governa invece ribadisco, prendendo in prestito le sue parole, "il cammino di riconciliazione esige che sia fatta verità". Sì, è proprio così. Non serve farsi guerre o battaglie ma permettere alle persone di prendere la loro strada, aiutandole proprio come quelle hanno fatto con noi, e continuare il proprio cammino.


Mia cara Chiesa, c'è molto cammino da fare, ma bisogna iniziare a camminare! 



Silere non possum!